Dirty Dancing il musical

Non era facile.
Ammettiamolo, eguagliare la chimica creatasi sul set di uno dei film che ha segnato l’adolescenza di miliardi di donne, non era cosa semplice.
Poi se ad andare a vederlo è Poschina che di secondo nome fa “Grandi Pretese”, allora la situazione si complica.
Partiamo dall’inizio.
Qualche mese fa scopro, grazie a qualcosa come 5000 manifesti incollati tatticamente ad ogni angolo del centro, che a Milano sbarcherà il musical di Dirty Dancing.
Ho riflettuto e mi sono detta “Poschina, è ora di imparare ad essere donna, e per poterti fregiare di codesta qualifica, devi imparare a manipolare il Maschio di Casa.”
Mi impegno dunque ad usare come perno per ottenere quello che voglio la mia Storia Triste. Incredibilmente funziona e in meno di 10 minuti ho in mano due biglietti – platea – per DD.

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Dopo una cena leggerissima a That’s Vapore, che è servita solo a confermare la mia idea terribilmente snob che questi posti andrebbero bruciati durante un sabba orgiastico a base di sesso, alcool e hamburger ipercalorici; ci dirigiamo in teatro e ci appropriamo dei nostri meravigliosi posti.

E’ un momento topico della mia inutile vita per due motivi:
–  finalmente vedrò la scena finale di DD in versione Live;
– finalmente posso parlar male di qualcosa a ragion veduta [voi non lo sapete ma la mia laurea inutile è in Scenografia]

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La prima cosa che mi colpisce è la voce della protagonista. Mi colpisce nel senso che è come se mi avessero dato una manganellata sulla tempia destra e sulla tempia sinistra contemporaneamente. Il primo istinto è quello di alzarmi, imbracciare un fucile di precisione e perforarle l’osso frontale per porre fine alla sua vita e alla mia sofferenza. Mi trattengo e guardandomi intorno mi accorgo di essere l’unica a dare segni evidenti di fastidio. Alle mie orecchie ogni volta che parla, è come se qualcuno stesse passando compulsivamente le unghie sull lavagna. Una gioia immensa.

Attivo il superpotere  “Riesco ad Ignorare Skrillex” e continuo con la visione tanto attesa.

Ora ve lo dico subito. Non è un musical ma una trasposizione teatrale del meraviglioso, appassionante, indimenticabile film della mia preadolescenza. In pratica non hanno cambiato una virgola nei dialoghi e nelle scene, salvo [ovviamente] censurare un paio di parolacce. Pare infatti che dire “tette” e “culo” sia inaccettabile, mentre vedere gente che simula rapporti sessuali mentre balla non  solo è socialmente accettabile ma adatto ad una platea piena di bambini. Ad onor del vero, ed io un po’ ci sono rimasta male, i balli sono molto meno Dirty rispetto all’originale, ma visto e considerato che le uniche aggiunte fatte rispetto alla matrice sono state scene gratuite di propaganda interraziale e una pessima versione di We Shall Overcome in italiano, mi diviene facile fare la dietrologa e sospettare il coinvolgimento della massoneria cattolica in fase di finanziamento.

Prima il dovere, poi il piacere

Per quanto riguarda il dovere, ho notato una bassa qualità attoriale da parte dei protagonisti. Baby non sa recitare. Mi dispiace ma è così ed è inutile che il mio background culturale cerchi di farmi sentire in colpa; non solo ha una voce irritante, ma parla scandendo le parole per tutto il tempo, un po’ come faccio io quando ho a che fare con i bambini [o come faceva Fabio De Luigi quando inerpretava Luigio Guastardo della Radica]. Con la sottile differenza che lei si sta rivolgendo ad una platea che ha PAGATO per vedere gente che sa fare il suo lavoro, altrimenti sarebbe andata alla festa di Natale del nipotino idiota, che è vero che farebbe cagare, ma almeno trattasi di sbobba gratuita.

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Johnny ha dalla sua un culo fantasmagorico ma è un po’ uno stoccafisso, bravo a ballare ma non in grado di dare al personaggio quella sfumaura di Duro Massacrato dalla Vita ma con l’Anima di un Romanticone che ha fatto la fortuna della pellicola originale. E poi non ha la schiena di Patrick e quindi la scena in camera sua…. quella di “Balla con Me” per intenderci, perde più o meno l’80% del fascino.

Penny è talmente figa che persino io che sono donna e quindi poco influenzabile dalla gnocca, le perdono tutto, compresa una non eccelsa interpretazione. Ma santo dio, per avere il suo corpo sarei capace di vendere tutta la mia famiglia al completo. Amen.

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Il mio preferito resta Russel Russel che interpreta Tito. L’ho amato al primo sguardo e penso che sia semplicemente favoloso. Gli attori più vecchietti sono chiaramente gli espertoni del gruppo, a parte il padre di Baby al quale hanno fatto dare un’impronta ironica alla maggior parte dei dialoghi mentre io continuavo a chiedermi “But Why?”.

Non essendo un musical mancano completamente i dialoghi cantati il che ha reso il Busnaghi estremamente felice e la sottoscritta vagamente delusa ma non siamo qui a cercare il pelo nell’uovo quindi, in fondo, fottesega.

Come era prevedibile, la vera forza dell’ambaradan sono le musiche originali e i momenti di ballo. Johnny e Penny ballano divinamente e non si può certo restare indifferenti ai ritmi sensuali della colonna sonora. Come ogni sacrosanta volta che vedo il film, anche il musical ha risvegliato in me la fissa di imparare il mambo e per i prossimi due gg. mi sciropperò tutti i tutorial su Youtube prima di arrendermi all’evidenza di ballare come una stampatrice.

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Sul fronte crew siamo messi male.
Nella mia testolina di adoratrice di DD mi aspettavo, per le scene corali, che ci fossero 30 persone sul palco a fare numero e massa, per rendere l’atmosfera davvero surriscaldata ed eccitante. Purtroppo non è così. Esempio: Baby va per la prima volta negli alloggi dei dipendenti nella celeberrima scena “Ho portato un cocomero”, nel film il locale è fumoso, sudato, pieno di gente che si struscia in un’orgia simulata di notevole coinvolgimento mentre in teatro ci sono 4 coppie che ballano in un contesto scenogrfico colpevolmente neutro, togliendo alla scena la componente erotico/pruriginosa. Secondo me basterebbe prendere una quindicina di studenti universitari, promettergli due sandwich e piazzarli a fare massa ai lati del palco nelle scene che gioverebbero da una maggior quantità di carnazza.

Ed eccoci a quello che secondo me è il vero tasto dolente: le scenografie.
Minimali fino all’eccesso, stile balletto moderno. Colori chiari, quinte mobili, tulle, proiezioni. Non crediate che non capisca la difficoltà di affrontare millemila cambi scena in altrettanti contesti profondamente diversi l’uno dall’altro [oltretutto io venero le scenografie minimal e non eccessivamente ingombranti] ma in questo caso, la proiezione di immagini tratte dal film ed usate come sfondo va bene solo fino ad un certo punto, poi stanca e risulta essere un espediente decisamente troppo comodo per risolvere il problema del cambio scena. Il mio docente di scenotecnica ci ripeteva all’infinito che il teatro è finzione. Non si deve riprodurre qualcosa che sia più vera del vero, ma qualcosa che dia l’illusione di essere reale. La parola chiave è proprio illusione. Sta allo scenografo avere la capacità di evocare un luogo senza doverlo per forza riprodurre in modo naturalistico.
Belli i giochi di luce, le trasparenze, l’effetto 9 settimane e mezzo e i costumi, con qulle meravigliose gonne e sottogonne che adorerei indossare pur sapendo che sembrerei una sorta di puffetta goffa e grassa.

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Sul fronte piacere, parliamo per prima cosa della gioia di vedere in 3D e in unltra HD qualcosa che ho amato incondizionatamente dalla prima volta. Ossia un film mediocre che visto nel momento giusto della vta, diventa un cult assoluto, uno di quei film a cui si perdona qualsiasi cosa e che riesce a farsi amare anche dopo vent’anni come fosse la prima volta.

Le scene di ballo, con i superclassici che tutte noi abbiamo cantato fino alla nausea e sulle quali abbiamo sospirato per amori passati, presenti e platonici, funzionano alla grande. Però puttanazza eva She’s The Wind io la volevo cantata !!!!!!
Non posso evitare di recriminare nemmeno quando sono nella parte “complimentoni” del post.
L’entrata in scena della coppia Johnny/Peggy con il ballo sfrenato è letteralmente da sburro. Bella la gestione degli allenamenti in preparazione del ballo allo Sheldrake, azzeccati i cambi scena a vista come l’allestimento della sala da pranzo con camerieri che entrano in scena portando tavoli e sedie e che se li portano via a scena conclusa. Bravi i cantanti [Penny/Johnny/Baby non cantano mai nemmeno per sbaglio] che strappano applausi spontanei e convinti. Goliardiche le grida eccitate di donne di ogni età ed estrazione sociale sparse per il pubblico che giustificano il detto tipicamente lombardo “la mamma delle sciampiste è sempre incinta”.

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Ed ora arriviamo alla Sburrosissima scena finale.
La definirò senza vergogna “Il Momento Topico del Mio 2014”. Pessimo lo stoccafisso Johnny quando esclama “Nessuno può mettere Baby in un angolo” ma tanto io avevo ancora il superpotere attivato ed ho sentito la voce di Patrick che esclamava con maschia convinzione “Nobody puts Baby in the corner” e me la sono goduta alla grande. Nonostante l’interpretazione canora della ben nota (I’ve had) The Time of My Life non mi abbia convinta, il mio cuore e la mia anima si sono sciolti durante la performance danzereccia ed ancora sospiro e sorrido come una dodicenne completamente cretina innamorata del compagno di scuola con splendidi occhi verdi che non sposerò e dal quale non avrò bellissimi figli con i suoi occhi e la mia intelligenza.

Leggendo questa recensione potrebbe anche sembrare che non mi sia piaciuto ed invece non è così. Le due ore e mezza scorrono veloci, ogni volta che parte la musica ti viene voglia di alzarti e ballare, la parte più profonda della tua anima viene portata a galla ricordandoti che anche tu ne hai una e per una sera ti dimentichi di qualsiasi cosa, storia triste compresa. Esci dal teatro allegra e rilassata, canticchiando i meravigliosi brani appena riascoltati e sospirando come un’adolescente alla prima cotta. Cosa si può volere di più?

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p.s. Io tutte quelle smancerie tra vecchi e tutti quei discorsi patetici sul futuro li avrei evitati con uno zompo degno di Bubka ma dai sospiri della mia vicina di posto deduco che alle altre donne i [grazie a dio] pochi momenti di stucchevolezza sono piaciuti assai.

p.s2: Ma perchè io non mi sono mai data al massivo acquisto di merchandising di DD?

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Go back to your playpen, Baby.

Questa frase è emblematica.
E’ emblematica perchè quando da ragazzina guardavo Dirty Dancing con gli occhi, il corpo e il cervello di chi è convinto di avere qualcosa da dare e da ricevere in questa vita di merda, mi irritava.
Non sopportavo il tono di Penny; come se parlasse con una decerebrata.

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Ad una ventina d’anni di distanza mi accorgo di essere diventata Penny.
Effettivamente solo una paraculata, giovane, inesperta, privilegiata figlia di papà come Baby, poteva permettersi di andare da una donna disperata, triste e sola a sciorinarle una vagonata di buonismo spicciolo come se fosse la Rivelazione. E’ già tanto che Penny non l’abbia accoltellata seduta stante, ma si sia limitata a dirle, gentilmente, che aveva la maturità emotiva di un pompelmo.

Questo per introdurre l’argomento principe di oggi. Quelli a cui va tutto bene che vivono nella stessa società di quelli a cui va tutto male e che non hanno nemmeno la decenza di stare zitti e godersi nell’intimità il loro Profondo Culo, ma lo ostentano fino alla morte. Mi viene il fondato sospetto che esistano solo per sottolineare, con nove o dieci linee ben marcate, l’ingiustizia della vita.

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La “Sindrome di Baby”, che ho inventato seduta stante, consiste infatti nel non avere un cazzo di problema, ottenere sempre quello che si vuole, avere sempre qualcuno pronto a pararti il culo e non resistere alla tentazione di andare da chi sta palesemente attraversando un periodo di merda per vomitargli addosso una serie di consigli NON RICHIESTI, frasi fatte che non fanno altro che far sprofondare lo sfigato di turno nel baratro, dimostrarsi buoni ed altruisti sparando cazzate che non hanno alcun senso logico ma che fanno sentire chi è affetto dalla sindrome particolarmente realizzato. Queste persone tendono ad avere una visione della vita schifosametne ottimista. Non contenti, continuano a sbandierarlo ai sette venti.

Tu sei lì, stai morendo dentro, è palese a tutti tranne a chi è affetto dalla sindrome, e lui/lei arriva e comincia ad assillarti con frasi fatte tipo “sai cosa dovresti fare?” – “secondo me se la prendessi meglio…..” – “se succedesse a me….” – “preferirei fosse successo a me….” –  e via dicendo.

Vi faccio notare che le ultime due frasi, che di solito culminano con dichiarazioni che dovrebbero essere punibili con la detenzione per la loro imbecillità, sono quelle che più fanno incazzare il dolente di turno.
Primo: Lo sanno tutti che a te non succede, quindi è inutile che me lo dici perchè in questo modo non fai altro che ricordarmi di quanto tu sia fortunato, e me lo sbatti in faccia mentre io sto già mezzo morto dentro e, tra le altre cose, non è elegante far notare ad un altro la sua palese inferiorità di Profondo Culo.
Secondo: Non preferiresti che fosse successo a te e comunque, considerato che a te NON è successo, potresti fare a meno di ricordarmi per l’ennesima volta che a te non è successo mentre a me sì. Che poi parliamone… “preferirei fosse successo a me” . . .

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Seriously?!? Seriously?!?
Non si può sentire. Non ci crede nessuno.
Siamo onesti. Nessuno. NESSUNO !!!!! vorrebbe le sfighe di un altro.
Big NONO.

Che poi vorrei vedere…. mi piacerebbe proprio che a fronte di questa frase il Grande Spaghetto (sono Pastafariana) scendesse sulla terra, andasse dallo stronzo di turno e gli dicesse “Ah, eccoti…. quindi tu hai detto che vorresti fare cambio. Ok, come vuoi”. Mi piacerebbe solo per vedere la faccia dello stronzo mentre si accorge che “le parole sono importanti” e che sarebbe il caso di usarle con molta, moltissima attenzione.

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Ma oltre a queste inezie, chi è affetto dalla Sindrome ha la fastidiosa tendenza a vivere come se fosse circondato da una nube stucchevolmente rosa. Ok, sei felice. Felicissimo. Felicerrimo. Felicettimo. Bravo. Applausi a scena aperta, standing ovations (vero Bran?), pacche sulle spalle. Poi basta. Non è che mi devi scartavetrare i coglioni con la tua gioia. No, non funziona così. Questa è ostentazione e non è per niente elegante.

Cosa dite? La mia è invidia. Beh, certo.
Onestamente, io ci navigo nei sette vizi capitali. Non me ne faccio mancare uno. Non sono una di quelle persone che negano di avere le debolezze umane e si trascinano reprimendo i loro peggiori istinti mostrando sempre e cmq un alone di finta santità agli altri (come gli affetti dalla sindrome).

Io sono invidiosa, mortalmente accidiosa, assolutissimamente irosa e golosa in egual misura e spesso contemporaneamente; ovviamente ed orgogliosamente lussuriosa, e anche se mi scoccia ammetterlo non eccessivamente avara o superba. Ma c’è tempo. Una volta non ero nemmeno cinica, ma adesso ne sono il manifesto ufficiale quindi non mi precludo nulla per il futuro.

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Quello che però più di tutto mi infastidisce è che coloro che sono affetti dalla Sindrome, invece di essere considerati comuni esseri umani dotati di un Profondo Culo, vengono circondati da un inspiegabile alone di santità. La gente li considera infatti esseri superiori, capaci di trasformare le avversità in carburante atto a far bruciare più intensamente il fuoco della giustizia che li alimenta. Gente che arriva a venerarli e ad ergerli sopra l’uomo comune, esaltando i successi e non guardando mai oltre la patina che li ricopre.

Eccola la nota dolente. Perchè se non ve lo spiego, poi sembra quasi che io spari su povera gente che ha passato la vita a farsi il culo ed ora si gode i frutti della fatica.

No.
Io parlo di gente che è nata, ha vissuto e vive tutt’ora in un mondo parallelo, fatto di zucchero a velo e pan di zenzero, parlo di gente che ha passato la sua vita ad essere accompagnata, mano nella mano, in tutto quello che ha fatto, che si è presa i suoi tempi tutte le volte che ne ha avuto bisogno. Gente che non sa cosa voglia dire sbattere contro la vita non una, non due, non dieci ma mille volte.
Costantemente.
Persone che ostentano una bontà d’animo che non appartiene all’animale uomo, circondate da altre persone che si rifiutano di scavare, di leggere tra le righe, di ragionare e che si accontentano della patina lucida che vedono in superficie.

Suicidio

Sono le stesse persone, che se oggi mi lanciassi sotto la metro rossa, domani si farebbero intervistare da Studio Aperto sottolineando quanto il mio gesto sia incomprensibile, perchè sono sempre stata una donna piena di vita, sorridente e desiderosa di rendere questo un mondo migliore.

Perchè chi soffre della sindrome, non vede al di la del proprio naso. Di fronte alla palese mortificazione interiore di un altra persona, si rifiuterà di accettarla e cercherà ossessivamente di trovarne il lato positivo, negando l’evidenza più e più volte, se necessario.

Sono come quei vecchi amici ai quali tenti inutilmente di spiegare che tra il te stesso di dieci anni fa e quello di oggi, non c’è un abisso, di più. Loro non ci crederanno mai ed insisteranno nel ripeterti che non è possibile, che sei sempre tu e siamo sempre noi e non è cambiato niente…. col cazzo. Io con quella di dieci anni fa non centro nulla…. ero così maledettamente fiduciosa, così maledettamente piena di vita… dio mio che schifo!!!!

Lo sapete vero che si vocifera che più siete in alto e più sarà dolorosa la caduta?

Confermo.

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Dopo quanto detto, mi sembra il minimo specificare che sono responsabile di quello che ho scritto e non di quello che voi capirete. Sono costretta a precisarlo perchè ultimamente sembra che quello che dico sia estremamente fraintendibile.

Perchè voi forse non lo sapete, ma finchè scrivo stronzate tutto bene…. ma un post come questo è capace di scatenare la bestia che vive in ognuno di voi e far crollare amicizie decennali solo perchè ci si sente, peraltro senza alcuna logica, chiamati in causa (quelli affetti dalla sindrome non essendo consci di esserlo non si riconosceranno affatto).

Alla fine della fiera, e scommetto che alla conclusione non sia arrivato nessuno, a giustificazione del pappone scritto sopra posso solo dire che oggi è lunedì, piove, fa freddo, aprile mi ha appena umiliata come meglio non avrebbe potuto, sono a pezzi (dentro, fuori sono sempre splendida), ho vagamente fame, mi sono svegliata con istinti omicidi, ho fatto il grave errore di aprire FB senza erigere prima un’adeguata barriera emotiva, sono mortalmente triste, devo iniziare un nuovo libro, mi annoio, e soprattutto erano mesi; MESI ! che non vi scartavetravo le palle con i miei problemi quindi questo post noiosissimo ve lo siete meritato tutto !!!

Poschina confusa e infelice