The Crystal Sheep

Un consiglio. Non cercate The Crystal Ship in google immagini, ne verrà fuori  solo la fiera del trash. Davvero non ne vale la pena. Ah, il titolo non è uno dei miei soliti sgrammaticati, è un gioco di parole tra una splendida canzone dei Doors e una Pecora (in inglese Sheep, appunto).

Essendo la figlia di un uomo che ha letto tutto l’Ulisse di Joyce e che lo ha anche compreso, non posso esimermi dal fare riflessioni profonde sul concetto di crescita, amicizia, amore. Il che si ridurrà ad un paio di considerazioni sconclusionate che alla fine non vi lasceranno nulla, ma lasceranno qualcosa a me e siccome il blog è mio, credo sia più che sufficiente.

Partiamo dal titolo. Dovete sapere che la Sheep del titolo altro non è che una giacca in lana bianca pesante comprata in un negozio di vestiti usati nel lontano ’94/’95. Non ricordo con precisione l’anno e non è nemmeno così importante. Venne chiamata “La Pecora” perchè effettivamente indossandola si somigliava in modo impressionante al suddetto animale e si rischiava, se tanto impavide da sedersi in un prato, di essere braccate e tosate da un pastore di passaggio.

Mi è tornata in mente mentre leggevo un libro di Murakami nel quale il protagonista incontra l’uomo pecora. Il mio cervello ha subito visualizzato me quindicenne con indosso “La Pecora”. E mi sono venute in mente anche un sacco di occasioni in cui l’ho indossata e mi sono successe cose belle, o cose brutte o un cazzo. Ma lei c’era, ad accompagnarmi negli insopportabili anni dell’adolescenza.

Di pensiero in pensiero mi sono trovata a riflettere sulle cose che ho perso. Sulle persone che mi sono scivolate via dalle dita, o che mi hanno lasciata scivolare via dalle loro di dita, senza far nulla per cercare di trattenermi. Quando avevo quattordici anni, un ragazzo mi disse che era bello stare con me a chiacchierare, soprattutto perchè avrebbe potuto essere una delle ultime occasioni per farlo. “Crescerai, è inevitabile. Semplicemente smetteremo di vederci, avrai nuovi amici, ti innamorerai e io e gli altri ragazzi saremo solo un ricordo sbiadito e lontano”. Quando me lo disse pensai diverse cose, ma le più gettonate erano “Eccolo con la fiera delle banalità” e “Io non permetterò che succeda”. A posteriori credo che sia stata una delle ultime chiacchierate che abbiamo fatto, io seduta in braccio a lui. Indossavo un paio di pantaloncini grigi, aderenti e molto corti. Una pinza teneva i capelli raccolti. Non ricordo altro. Era pomeriggio, intorno alle cinque. Minuto più, minuto meno. Stop. Non ricordo cosa indossasse lui, nè se portasse o meno gli occhiali da sole. Ma ora so che aveva ragione.

Sono cresciuta. Non volevo accadesse esattamente in quel modo, ma alla fine l’ho fatto. O meglio. La natura lo ha fatto per me. Sono cresciuta. Mi sono fatta nuovi amici, mi sono innamorata e non ho più visto quel ragazzo. That’s Life. La corrente è arrivata, mi ha presa con sè e mi ha trascinata un po’ ovunque, ma comunque piuttosto lontana dalla quattordicenne chiacchierona che si faceva coccolare in braccio a ragazzi di cui ora non ricorda nemmeno il volto.

Si cresce, si cambia. Si sviluppano strane e inconsuete strategie di sopravvivenza. Si cerca di non farsi mai coinvolgere e si finisce schiacciati dai problemi altrui, delusi, abbandonati.

Si cresce e si provano vette di felicità che non si immaginavano nemmeno, ci si diverte in modo rabbioso e a volte atroce. Si crede di poter spaccare il mondo oppure di poterlo cambiare. Si sorride a tutti, si piange e si soffre.

Da tutto questo processo ne sono uscita con la fastidiosa peculiarità di farmi sempre abbandonare. Non in modo tragico, ma la gente mi avvicina per superare momenti difficili, poi corre a vivere la sua vita lasciando che io rimanga il suo ricordo sbiadito. Non è autocommiserazione. E’ la realtà.

Non mi da nemmeno fastidio. E’ solo un modo di essere. Ci sono persone che mi contattano dicendoi che hanno bisogno di me, di vedermi, di sentirmi, di parlare. Allora io rispondo, le ascolto, mi rendo disponibile a qualsiasi cosa: una telefonata, una pizza, un aperitivo, quattro chiacchiere seduta sul cordolo…. e invece nulla. Dopo che ho ascoltato, cercato di capire, dato la mia totale disponibilità, queste persone tornano nell’oblio dal quale sono venute. Passano mesi prima che mi ricontattino armate, a sentire loro, di voglia di stare con me.

Probabile che sia il mio ruolo nel mondo. Aiuto la gente a sfogarsi e poi torno nella mia tana. Sia chiaro che non credo di fare chissà che cosa, cioè non penso di essere fondamentale o particolarmente utile per quelle persone, ma il solo fatto di rendermi potenzialmente disponibile senza mai rinfacciare che sono nove mesi che non mi cagano, probabilmente è sufficiente a farle stare meglio. Ultimamente un paio di persone di questo genere le ho gentilmente eliminate dalla mia vita. Perchè farsi sfruttare è un conto, ormai riesco a farlo senza soffrirci, ma a patto che il rapporto sia chiaro, che non mi si menta con frasi tipo “mi sei mancata”, “sei molto importante per me” e minchiate simili. Preferisco un generico “siamo amiche” che non significa un cazzo ma che non implica un mio eccessivo coinvolgimento emotivo. Possiamo uscire quando ne hai voglia, o bisogno e poi possiamo fare finta di non esistere l’una per l’altra per mesi. Senza che la cosa mi turbi. Rapporto chiaro e ben definito. La falsità la tollero sempre meno. Molto meno. Sarà la vecchiaia.

E’ che io lo status di amico/a mica lo do a tutti. E quando mi deludono, mi abbandonano, mi sfruttano, beh… raramente perdono. Sono come Nanni Moretti in Bianca.

Non so perchè ma la mia mente ha memorizzato delle immagini chiarissime di alcuni fatti e poi magari nient’altro, solo una polaroid di un determinato momento. Intorno il vuoto. Ma alcuni dettagli sono così chiari e precisi che se chiudo gli occhi è come se fossero successi 5 minuti fa. Persone che hanno attraversato la mia vita e delle quali non so più niente. Persone che ho abbandonato. Altri che mi hanno lasciata sola. Tutti lì, su una bacheca, senza soluzione di continuità. Momenti che rimarranno, non so bene perchè, ancorati nella mia memoria, pronti a saltare fuori quando meno me l’aspetto oppure quando ne ho più bisogno.

Momenti cristallizzati, fragili e indifesi nei meandri del mio cervello.

– Milano Marittima, giornata di pioggia, piadineria. Michele, appena mollato telefonicamente dalla fidanzata mi dice “Eravamo in due, siamo rimasti soli”.

– Antonio che mi viene a prendere in motorino per andare alla festa di MRC in via Savona. Indossavo pantaloni verde oliva morbidi, un tanga nero, una magliettina sbracciata bianca. Era un maggio caldissimo. A.d. 2003.

– Sovere, giornata di pioggia. Anna, Ilaria, Pierangela, Elisa ed io che giocavamo sul mezzanino del 3° piano con le Barbie.

– Casa di Giorgio a Sellere: cacciatorini appesi in sala pronti per essere mangiati. Non ricordo se un kg o due. Memorabile.

– Sovere: io che incido il mio nome nella cappelletta dei “Mortini” con un pezzo di una catena trovato poco prima. Ho ancora la catena.

– San Defendente. Io e Andrea sdraiati per terra nei sacchi a pelo e lui che canta “Porto Recanati, porto dell’amore”.

– 1993. Mare, giornata piovigginosa. Un amico mi butta in acqua mentre indosso un miniabito bianco con disegnata Minnie che la zia Gabry mi ha portato l’anno prima da Los Angeles. Ho ancora il miniabito. E tutte le volte che lo vedo mi rendo conto di quanto fossi piccola.

–  Bologna 2003. Mattina. Le campane della chiesa vicino a casa di Daniela che suonavano e mi sembrvano l’intro di High Hopes dei Pink Floyd.

–  2002. Un sabato mattina. Vado a prendere Lilly al canile con mio papà. Sono sul sedile posteriore con lei per non farla sentire sola. Per tutto il viaggio mi ignora sdraiata sullo stuoino. Poi, al semaforo di Mac Mahon davanti al lice alza il muso, mi annusa una mano e da una timida leccatina. E’ fatta. Si fida.

– Orale di maturità. Indosso pantaloni militari, gazelle blu, felpa adidas blu, t-shirt nera, smalto bianco. Ultima domanda “Bramante a Milano”: l’ultima cosa letta la sera prima.

– Milano, 1985. Entro per la prima volta nel nuovo asilo. Piango. Si avvicina una bimba con splendidi capelli rossi. Mi offre una bambola. Senza una gamba. La bambola ha un vestitino giallo. 

– 2004, Milano. Una delle peggiori serate della mia vita. Indosso jeans, canotta benetton arancione, capelli raccolti con un elastico, scarpe da tennis. Mi sembra di non respirare. 

Ecco le  navi di cristallo che solcano il mare della mia memoria.

Poschina 

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