There’s no way to move forward

Tempo fa scrissi un post dal titolo “A chi rivolgersi?” https://poschina80.wordpress.com/?s=rivolgersi

A distanza di sette mesi, nonostante il continuo arrovellarmi sulla questione, non sono arrivata ad una conclusione soddisfacente. L’unica possibilità di sopravvivenza è indissolubilmente legata al credere in un entità superiore su cui scaricare ogni responsabilità o, cosa più importante, a cui affidare tutte le speranze.

Già.

Le speranze.

Ma quali?

Al momento, oggettivamente, non riesco ad aggrapparmi ad alcuna speranza. Non so nemmeno se ne esistono ancora oppure se sono io che ho semplicemente smesso di cercarle. Alla fine la mia situazione mi sta lentamente togliendo i piccoli entusiasmi della vita. A parte l’emozionarmi in modo indicibile per una foglia coperta di brina che risplendeva sotto la luce dei lampioni, mi è rimasto poco. La maggior parte degli avvenimenti che il mondo sta snocciolando in continuazione non mi tangono. E nemmeno quello che succede alle persone che mi circondano. Non me ne frega niente. La parte empatica di me si sta lentamente spegnendo, soffocata dalla parte sofferente di me, per la quale io sono un’entità che merita in questo momento la massima attenzione. La massima premura. Il massimo rispetto. 

La sera, lascio che il sonno mi avvolga come un manto pesante perché è l’unico modo per spegnere il cervello. Alzarmi la mattina è sempre più devastante. Significa per prima cosa riprendere coscienza. Capire. Sapere. E non voglio. Mi sento a mio agio avvolta nella nebbia, sola, protetta dal mondo esterno che percepisco come un mostro a mille teste pronto a fagocitarmi al primo passo falso.

L’insulsa magra consolazione del mal comune mezzo gaudio non mi consola affatto. Perché gli altri non mi interessano. I loro problemi non sono i miei e i miei, ai miei occhi, sono più importanti. Più gravi. Le fortune altrui, al contrario, mi sembrano degli schiaffi in faccia ben piantati oppure pugni nello stomaco dati da centinaia di minuscole mani contemporaneamente. Poco importa se la parte razionale del mio cervello mi fa notare in continuazione che questo è l’atteggiamento sbagliato. L’emotività schiaccia la razionalità con una brutalità impressionante. 

Due cose riesco a fare molto bene in questo periodo (periodo che si sta tristemente allungando all’infinito): piangere e fingere. Piango perché sento di doverlo fare. Fingo perché devo farlo. Il mix di sentire e dovere è devastante. Ma non è certo colpa di nessuno quello che mi sta succedendo e non potrei certo entrare in ufficio e mandare affanculo tutti. Sarebbe stupido. Meglio continuare a sorridere come una statua di cera. Immagino che anche gli altri abbiano il loro bagaglio di merda da portarsi dietro.

Persino il Natale è come fosse sospeso in un limbo di malinconia. Non ho voglia di festeggiarlo, non ho voglia di stare in famiglia. Non mi mette allegria né gioia, né passione. Solo una persistente, fastidiosa esigenza di fuggire, sparire per sempre. Andarmene dove nessuno mi conosca, dove io sia una new entry e nessuno si aspetti niente da me. Ecco dove vorrei essere. Avviluppata nella quiete sospesa nel tempo della tipica campagna inglese. Dove Yoshi potrebbe correre in prati infiniti. La nebbia mi avvolgerebbe un giorno sì, uno no. e la notte ci sarebbe un silenzio penetrante. Rotto soltanto dall’abbaiare di qualche cane e dai versi degli animali selvatici. Un camino, Anto che torna dai campi al tramonto, la torta in forno. Il buon, sano thè delle cinque. E la possibilità  di illudersi che tutto sia perfetto.

“Cos’hai?” è la domanda che Anto mi fa più spesso in questi mesi. Non ho niente. Niente di diverso dal solito. Niente che si possa risolvere. Niente che io possa al momento combattere. Da qui in avanti sarà sempre più difficile. Al contrario di altri, non ho più la forza di aggrapparmi a niente. Né ho intenzione di rivolgermi a dio o chi per esso. È più che palese che se esistesse, non sarei tra i suoi favoriti, considerata la mia situazione. Quindi non mi unirò al carrozzone solo perché sto male. 

Ho provato a trovarmi hobby, interessi, distrazioni. Sono palliativi e non posso certo passare i prossimi dieci anni cucinando come una pazza solo perché devo distrarmi, oppure leggendo 100000 libri alla settimana per pensare ad altro. 

Una cosa è certa. Statisticamente prima o poi a qualcuno doveva succedere. Avrei dovuto capire, dal resto della mia vita, che quel qualcuno non potevo che essere io.

Poschina

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